Stanotte non dormivo: ho scritto. Un sogno in lettere.


01.Attendo.
La stanza è piccola, dignitosa. La scrivania è piena di briciole, cadaveri di una cena solitaria: pane e tonno. Una birra sdraiata mostra il suo desolante stato: vuota. Mi sto grattugiando il cervello, ma questa volta non riesco a scrivere niente per la rivista. Aspettano il pezzo per domani e la loro pazienza sta finendo.
Antonio, da bravo, devi trovare qualcosa o domani sei in strada, di nuovo: senza grandi problemi, però.
Avevo iniziato una storia di un marinaio solo sulla barca che trovava un cagnolino in mezzo al mare, ma era troppo sdolcinata. Al pubblico piace il sangue o il sesso, e non potevo uccidere il cane o fargli fare il culo.
Toctoc. Bussano, mi vergogno sempre quando devo aprire, la topaia in cui vivo è a vista, e non posso nascondere nulla: non c?è scampo.
Non rispondo, ma insiste. Toctoc. ?Chi è?? chiedo con la voce roca distrutta dall?alcool e un alito da cane bagnato.
Il ventilatore gira cigolando, e la ventolina del PC fischia la sua agonia.
?Angela?. E silenzio.
?Cazzo?. E silenzio.
Apro e mi siedo sul letto aperto. Lei è alta e magra: gli occhi sono grandi e neri. ?Sono venuta e tu sai perché. Eccomi qui?.
La guardavo, e le tempie mi pulsavano, boom boom, sempre più forte, maledetta birra, boom boom.
Ma la domanda era solo una;
chi cazzo è questa.
?Scusami.. angela hai detto?? ricevendo un cenno di testa poco convinto, ?con tutta la buona volontà, non mi ricordo di te. Avrei da fare, ti prego di lasciarmi solo?.
Non so come fece, ma mi ritrovai schiena a terra, inerme, lei sopra, enorme.
Un verme schiacciato, una merda sul selciato: e puzzavo uguale.
?Guardami? disse con quegli occhi grandi e neri, ?non mi riconosci??.
Il verme in me mi suggeriva ?forse? non ricordo bene, ma sei un viso conosciuto..? balle!, era una sconosciuta, ma aveva le mie palle in mano.
?Sono Angela e mi hai scopato a quindici anni, lasciandomi dopo un giorno?.
Cazzo. Ora sì che ricordo, neanche un bel ricordo, però.
?Ciao Angela, come sei cambiata, è passato tanto tempoooahhh? le palle strizzate facevano male.
?Mi hai rovinato, non riesco ad avere più uomini per la paura di essere lasciata?.
Ecco, adesso datemi la colpa per la fame nel mondo e la guerra in Iraq.
?Basta, è ora di finirla: lasciami stare, devo finire il mio raccontooahhhzzo mi fai malee?.
?Ah, scrittore come quel fallito di tuo padre, bravo coglione?.
Guardo quegli occhi grandi e neri e mi richiedo: ma chi cazzo è questa?
?Mio padre aveva un ristorante?.
Lei mi guarda, lascia le mie palle, si alza, si aggiusta la gonna, chiude la porta.
La sento ridere istericamente dietro la porta, piano, sempre più lontano.
Boom boom, la testa esplode, me lo sento.
Ma ho il mio racconto.
E Angela è un nome troppo comune.

02. Due ragazzi.
Passeggio per le vie del centro, guardando vetrine sempre uguali e donne sempre diverse. Soffrivo la mia solitudine, soffrivo per la mia vita piatta come l?acqua del porto, ma un po? più puzzolente. All?improvviso una visione: una ragazza coi capelli lunghi, biondi, un vestito rosa confetto e due scarpine bianche, stivaletto. La seguo con lo sguardo, guardo le sue curve, il suo incedere incerto tra le mille tentazioni delle vetrine vestite a festa, zeppe di abiti scuccinti, strabordanti di scarpe con zeppe. Vent?anni, al massimo, come me. Si gira , guarda, ma sono lontano e non mi nota, anche perché sono sull?uscio della mia attività e non mi nota nessuno, mai. Solo le vecchie, solo i poveri disgraziati. I miei vestiti non sono alla moda. E faccio una vita ritirata.
Una ragazza così bella, non potrò mai averla.
Una ragazza non potrò mai averla.
Ricordo quella volta che Erminia mi diede un bacio, dietro l?oratorio.
Il mondo era sparito dietro quella bocca, e il suo sapore me lo portai dietro per giorni, per mesi, per tutta la vita.
O Dio si avvicina, eccola nel suo incedere incerto, nella sua bellezza semplice e perfetta, nella sua bontà, si vede.
Sempre più vicino, sento il suo profumo di talco, di bagno fresco.
Brava ragazza.
E? a un metro, mi guarda negli occhi, ma io so già che tutto finirà subito.
?Padre Carlo, posso confessarmi??

03. Vivo solo di quello.
Un occhio. Solo un occhio, a fessura. C?è troppo sole per poter guardare. Tre ore stordiscono anche una donna forte come me. I miei muscoli risaltavano sui seni minuscoli, da bambina. Eppure quello lì mi stava guardando: io, Sara, con la mia spiaggina e il mio libro noir di tendenza facevo la mia porca figura, anche se non è modo di esprimersi per una signorina, avrebbe detto mia nonna. Ma mia nonna aveva fatto sesso a venticinque anni e aveva firmato l?esclusiva: a me piaceva il libero mercato.
Mi alzo per fare un tuffo, i rigoli di sudore diventano bianchi sulla crema solare, e scivolano unti sugli addominali scolpiti da ore di palestra e sudore, per poter essere all?altezza, di cosa poi, non si sa.
La spiaggia pullula di giovani chiassosi, mammine con mute di bambini e vecchi sul viale del tramonto: odio questa spiaggia, detesto questa città.
Tutto sempre uguale, tutto che si muove come il carro dei buoi di Sant?Efis: lento, inesorabile, nei secoli dei secoli.
I soliti trogloditi fischiano dietro il mio didietro e sembrano ad un pranzo a base di brodo di lumache: risucchio continuo.
Sento il peso degli anni, della storia andata a male con Enzo, del suo fidanzamento con la mia amica Claudia.
Ho fatto la figa, non mi interessa, ho bisogno di tempo, mi opprimi e minchiate simili, e mi ritrovo in compagnia di una spiaggina, con la faccia di plastica e la sabbia tra i denti: stridente.
Perché ricordo solo i bei momenti e non le furiose litigate, le discussioni per le uscite con le mie amiche, per la mia voglia di essere indipendente?
I viaggi fatti da sola, le tentazioni, le mie idee, le mie insicurezze.
Lui prevedibile, un impiegato della vita, io ribelle e artista volevo il mondo dentro di me. Poi capisco che la vita ti lima intorno, più della palestra, e ti scava dentro, fino a farti diventare un?altra statua, e in terra le scaglie della tua giovinezza.
Vederti con un’altra mi ha scolpito il cuore, ed è rimasto ai miei piedi, per sempre.
Un ragazzo mi guarda e vedo negli occhi il desiderio.
Ormai vivo solo di quello.
Enzo, vivo solo di quello.

04.Vivo solo di quello II
Una vita spesa per una figlia era tutto quello che mi era rimasto. Quell?amore folle, sciocco, forse. Ma vero, fino al matrimonio. Poi la favola diventa la realtà dei giorni, delle sue manie, dei suoi scatti d?ira, della sua prevedibilità, della sua mancanza di coraggio per il rischio.
Ero stanca, stufa, disgustata. Per mia figlia avrei voluto un padre esempio, non un uomo prevedibile. E? per questo che sempre più spesso trovo piacere a stare con il migliore amico di mio marito, Antonio.
E? così diverso, così ? diverso.
Brutto, piccolo, peloso. Ma con il fuoco dentro, con la voglia di stupirsi, di divertirsi, di non far passare la sua esistenza come successione di giornate uguali, immote. E la sua scrittura è sangue vivo, come bere da un agnello appena sgozzato.
A vent?anni si sceglie con gli occhi, a trenta con la ragione: e gli occhi mi hanno fregata. Forse da cieca sarei stata più felice.
Perché la vita è spingersi oltre, non fermarsi alla linea.
Perché se manca la fantasia, l?amore è zoppo. E il mio amore è in sedia a rotelle, inguaribile. Condannata dal mio dovere di madre a stare con lui, per la vita intera.
Dio, che ingiustizia.
Una vita dedicata a mia figlia.
Ormai vivo solo di quello.
Enzo, vivo solo di quello.

05. Il perché.
Il bastione rendeva tutto abbacinante, per la sua pietra antica e carica di secoli di sole. Guardavo quella città a me sempre straniera, mai amata fino in fondo. Nascere in una città non è una scelta, ma ti rimane attaccata tutta la vita. Questo era stato anche il mio matrimonio. Sara mi aveva lasciato, facendomi capire il senso della vita: senza senso.
Allora Claudia mi prese per mano, fino all?altare, fino a nostra figlia.
Ma la vita è diversa dall?etichetta: bisogna leggere bene gli ingredienti.
Clacson lontani, laggiù, gridano per un posteggio. Formiche operose raccolgono i frutti della loro vita.
Cosa avevo raccolto, io? Ero un uomo di successo, soldi, macchina, viaggi, case e tanto tempo llibero.
Per pensare. Quanto ero stato stupido a credere che la vita fosse programmabile come il mio cellulare. Che le donne fossero comprensibili e che non volessero ottenere il contrario di quello che desiderano.
Che Dio, in fondo, forse esiste, ma è solo lo sceneggiatore di una tragedia greca infinita: tragicomica.
Bimba, dammi la mano. Il tuo vestito rosa è bellissimo, in questa giornata di sole, in questo posto africano di gente sempre più scura, di pelle e nell?anima. Dammi la mano. Abbracciami.
Ti porto da Dio.
A conoscere il regista e a chiedergli il perché.

06. Il senso.
Don Carlo guardava quelle due bare e piangeva.
Claudia. Gli occhi celesti nel pozzo delle occhiaie di una notte densa di perché, di bastardo perché mia figlia, di Dio non esiste.
Antonio scuro in volto guarda quelle facce intorno, come se fosse su un set, estraneo, e immagina le vite di quella gente disperata nei loro abiti scuri, più per il caldo della giornata umida che per l?umore.
Le lacrime di Don Carlo si uniscono alle gocce di sudore: guarda la gente, e non sa che dire.
Il perché di un gesto, in una domanda che tutti si fanno.
Di due vite terminate con un volo, di un vestito rosa diventato rosso, di una via d?uscita che non ha saputo indicare, non ha saputo.
Sara, nel fondo della sala, guarda in terra, immersa nel suo ricordo.
Forse con lei? chi lo sa.
Claudia ha sempre odiato l?incenso. Strizza gli occhi e pensa: forse senza di me?chi lo sa.
Entra una donna alta e magra, con grandi occhi neri.
Piange.
E? stato l?unico uomo della sua vita.
Aveva quindici anni.

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